Chiara Sagheddu su esordi Letterari

“Nel momento in cui avevo provato la sensazione di starmi distaccando da Buenos Aires, mi era apparsa Milano”.

Buenos Aires è come un buco nero, “un buco nero alla fine del mondo”.
E quando Milano viene risucchiata da quel buco nero, è lì che comincia la storia.
Il protagonista, un tano milanese trasferitosi a Buenos Aires per fare lo scrittore, si muove tra le due città come un equilibrista, guidato dai curiosi personaggi che popolano le pagine di questo brillante romanzo d’esordio.

A suon di tango, il lettore viene trascinato nella caotica vida porteña, fatta di notti insonni e interminabili.

Eccola lì, pensai, la città di Buenos Aires. La città che non dorme mai.”

In un continuo alternarsi di sogno e realtà, la vita del protagonista si sviluppa attorno alla ricerca di una voce autentica, di una identità autoriale che riuscirà a conquistare grazie agli incontri fatti tra le vie più remote di Buenos Aires. Il primo, e il più importante, è quello con “la Russia”, in realtà Beatrice o, meglio ancora, Biche, omonima musa dantesca, che svolge per l’autore la medesima funzione di guida tra le strade della capitale argentina. Il personaggio di Biche è il passe-partout per tutte le milonghe della città, la boccata d’aria fresca, la presenza che accompagna il protagonista nella faticosa ricerca di sé stesso. 

Il romanzo si configura così come una profonda meditazione sul mestiere di scrivere e sulle sfide che il buon scrittore deve affrontare per arrivare al cuore del lettore. Prima ancora, però, occorre che egli metta a nudo sé stesso, riconoscendo nella pratica della scrittura una forma di riconciliazione con il proprio mondo interiore, con ciò che scegliamo di mostrare e con ciò che siamo quando non resta più alcuna maschera da indossare.

Juri Viganò sceglie con cura le presenze chiamate a guidare il protagonista lungo il suo cammino. Borges, De André, Piazzolla, Menza, ma anche Dante, Pirandello, e Montale, diventano interlocutori fondamentali nella vita del protagonista, punti di riferimento che accompagnano la ricerca della propria voce.

L’autore ricama la vicenda sullo spartito di un tango: tra una nota e l’altra suonata da un bandoneón, la narrazione apre e chiude la sua finestra, ora su Milano, ora su Buenos Aires.
La condizione del protagonista è quella dell’esule diviso in due anime, sospeso tra due mondi che finiscono per formare un connubio perfetto. È qui che la molteplicità si fa unità: è qui che Milano entra in Buenos Aires.

“Qualcuno ha detto che Milano è una città che angoscia con dolcezza. Se questa persona avesse conosciuto Buenos Aires, avrebbe detto qualcosa di simile. E per vivere questa sensazione, e sentirsi a casa, non servivano destrezze architettoniche. Dietro la nebbia, qualcosa restava. Mentre lo contemplavo, perso nella mia memoria, caddero le prime gocce sulla mia fronte. Accompagnato dalla nebbia, il Duomo scompariva, come le ultime note di un tango. E quando la nebbia scomparse del tutto, rimasi io”.

La parabola porteña del nostro tano si conclude nell’unico modo possibile. Solo allo scadere di un’ultima, interminabile noche tanguera, quando la nebbia si dissolve, i fantasmi si ritirano e la musica si affievolisce, il protagonista riesce finalmente a mettersi a nudo, scrivendo a partire dalle sue ferite, e raccontando, stavolta per davvero, la sua Buenos Airesnosce le parole che avrebbe pronunciato per lasciare la vita terrena. Il momento di partire è arrivato.