Barbara Ruiz su esordi Letterari
Scrivere per elaborare un addio. Un modo di fermare il tempo e guardarsi indietro, prima di lasciare andare via qualcuno che si è molto amato, ma anche per mettere su carta le emozioni che si vogliono trattenere, immagini e ricordi di una vita intera. Questa l’intenzione di Marina Guglielmi, che esordisce per FuoriAsse con il suo elegante memoir Il suo vestito più leggero, già menzione speciale alla XXXVI edizione del Premio Italo Calvino. Dodici capitoli per dodici giorni che corrispondono agli ultimi della vita di sua madre e alle dodici stanze della memoria descritte su un quaderno rosso, ciascuna restituita in forma di racconto.
Nelle stanze in cui abbiamo abitato o siamo state di passaggio abbiamo cercato tende ostili, orologi indifferenti, specchi obliqui e crudeli.
Ogni stanza si apre su uno spicchio di memoria legata a un luogo, a un affetto, a un’emozione durata nel tempo e chiude la sua porta alla fine del capitolo: il filo conduttore è lo sguardo attento della protagonista, che accompagna il lungo commiato alla genitrice amatissima.
Siamo sorelle, amiche, siamo madri, figlie, nemiche. Io e te siamo tutto. Se mettessimo in fila i giorni in cui abbiamo parlato, per ore, davanti a un caffè o camminando nel bosco, sulla neve d’inverno e all’ombra degli alberi d’estate, avremmo una lunghissima linea sottile che disegna il sentiero della vita insieme.
Le stanze scelte nel romanzo sono profondamente diverse. Alcune sono attraversate dalla protagonista bambina – tra queste vediamo comparire l’adorata tata Lina, il nonno nei suoi ultimi giorni, l’amica del cuore Maria, e infine l’amato padre, che ricorda nella sua abilità nel riparare gli oggetti.
Ma la precedenza assoluta era della mamma che poteva superare la nostra fila agitata e ottenere con grande rapidità che aggiustasse il coperchio di una pentola, il tacco di una scarpa, o che rimettesse insieme i pezzi di un vaso…
Gli altri ambienti del romanzo, disseminati senza un apparente ordine logico, riguardano la vita adulta. Incontriamo tre figure femminili affascinanti: Emme, con la sua casa piena di colori che pian piano si spengono, la signora Giovanna che ha poca memoria ma non dimentica mai l’eleganza, e poi Elena, l’affettuosa vicina di casa eternamente in pena per il figlio, e la sua pena fa rumore:
Lei si appoggiava alla ringhiera con il ventre, guardava giù e lanciava nell’aria con un lungo sospiro. Era un sospiro denso, sembrava un alito sotterraneo che, liberandosi da cavità remotissime, portava con sé l’eco del sottosuolo. Suono antico, lontanissimo, che mi arrivava dalla finestra come latrato senza voce di un animale ferito.
La madre parlerà attraverso le splendide pagine, ritrovate in casa dalla figlia, che diventano un segreto rubato e che chiariranno i motivi del rapporto interrotto con il padre e un dolore a lungo custodito nel tempo.
Lui dormiva nella stanza accanto ma questo non bastava a non farmi sentire sola. Ognuno nel proprio letto, e ogni mattina eravamo sorpresi di ritrovarci e di sorriderci ancora, in cucina.
L’ultima stanza è quella in cui si consuma il passaggio della morte della madre. L’attesa si consuma con l’ascolto del respiro e della voce che risuona muta nella testa della figlia che sola conosce le parole che avrebbe pronunciato per lasciare la vita terrena. Il momento di partire è arrivato.
Separarsi. Oggi come fosse l’ultimo giorno di una vacanza. Un treno che aspetta, i bagagli, l’attesa che a un certo punto finisce, a un certo punto si sale e via.
Marina Guglielmi restituisce con amore e delicatezza – e una scrittura sicura e immaginifica – i lacci sottili del rapporto tra madre e figlia, rispecchiato nelle storie ricordate, nei frammenti ricomposti senza un ordine preciso, che leggiamo immaginando foto di luoghi e persone che compongono una vita. La misura breve, scandita da capitoli-racconto, lascia a tratti il desiderio di saperne di più, di approfondire, di vedere i personaggi incontrarsi e dialogare. Aspettiamo di vederli tornare, magari in altre vesti, nel prossimo romanzo.
